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Hanno RECENTEMENTE SPARLATO
occhi0rientali in This time... is out ... utente anonimo in This time... is out ... AngelKarmilla in Motion capture.
QUESTA SETTIMANA NELLE MIE ORECCHIE...
HO DETTO ANCHE
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Sono stanco ed assonnato. I miei motivi per scrivere li avrei pure, ma sinceramente non mi sembrano validi. Se secondo voi questo blog ha un senso, ditelo. Altrimenti credo che chiuderò.
Le prime impressioni sono giustificabili. I pregiudizi aiutano a discernere. Ma i ripensamenti servono pure a qualcosa. E così, dopo che un anno fa (post del 29 gennaio) avevo decisamente snobbato il nuovo lavoro dei Green Day, ora (stranamente senza aver letto nulla nè su ondarock nè su Rumore) lo rivaluto. Sarà la stupenda suite di 9 minuti rappresentata da "Jesus of Suburbia" (titolo azzeccatissimo) o il suo meraviglioso video, ma, lo ammetto, toppai nel liquidarlo. Sarà anche vero che hanno invaso le suonerie per cellulari, ma almeno lo hanno fatto con il loro album migliore (secondo solo a Dookie). Ringrazio solo che una frase come "it's nothing wrong with me/this is how i supposed to be" non l'abbiano scritta quando avevo 16 anni. Altrimenti l'avrei scritta ovunque (come ho testè fatto sul mio schermo). Do'svidania.
Certe mattine ti svegli e ti sorprendi a pensare - dopo un sogno strano ed un film allucintao - che dopotutto essere un cyborg ti risolverebbe decine di migliaia di problemi. E non avrei bisogno neanche di mangiare.
I rappresentanti istituzionali dei Ds sono patetici. Almeno quelli che vedo ciarlare di "pluralismo nella gestione dei servizi", una sorta di nuova ideologia (a mio avviso folle) secondo la quale privato è bello, efficiente, pulito. Alcuni di loro non si preoccupano neanche di ascoltare quello che l'assemblea sta dicendo, quello che le persone riunite in assemblea pensano, si limitano a fare i loro begli interventi da assessori regionali ed affini e sparare a zero sul malcostume del pubblico. Ok, non c'è neanche da dirlo: pubblico in Italia (e non solo) è sempre significato spreco (per la serie "tant' pav 'o stat"). Questo è innegabile. Ma cosa significa la gestione dei servizi da parte dei privati? A mio avviso i movimenti sono due, fondamentalmente sinergici: - da un lato, significa la mancanza di un coordinamento centrale, in quanto se non si vuole andare verso una insensata concentrazione delle gestioni in un monopolio di un unico ente privato (ed il senso di "liberalizzare i servizi" sta proprio nel far sì che non esista più un monopolio, nè pubblico nè privato), si deve per forza di cose, spezzettare la gestione del servizio in tante microunità, che necessariamente finiranno col non poter operare coerentemente; - dall'altro lato questa gestione non avrà mai un grado di efficienza sostenibile, in quanto un privato è per sua natura orientato al profitto, dunque opererà necessariamente dei tagli (sui salari dei dipendenti, sulle strutture utilizzate e quant'altro) e dei rincari sul prezzo del servizio erogato: dunque a parità di costo, il servizio erogato avrà una qualità nettamente inferiore. Questo ovviamente per come la vedo io. Per come la vede l'assessore Caiazzo, invece, il privato è la strada, l'unica strada che ci permetta di uscire dal pantano del brutto pubblico, dello stato sprecone. E sì che è lui a rappresentare il pubblico, beninteso. Per sostenere la sua tesi l'esimio ex compagno (dico ex compagno perchè lui stesso, in una assemblea pubblica a Saviano l'anno scorso, sconfessò il suo passato di comunista: siamo al bondismo di "sinistra") cita e distorce le prese di posizione e le battute di Alex Zanotelli, relatore alla suddetta assemblea, reo solo di aver lasciato la sala prima che il suo intervento fosse abusato dal DS perchè doveva andare a farsi un'assemblea a Palermo stamattina e doveva prendere una nave. Per Caiazzo bisogna non già "privatizzare" ma "liberalizzare" e la gestione deve essere lasciata al pubblico. Le mie perplessità sono molte: al pubblico viene lasciato cosa? in che misura? Per "gestione pubblica" cosa si intende, se poi il servizio viene pagato al privato? Ma questo Caiazzo non lo spiega, del resto il compito di stabilire il come ed il quanto non spetta a lui, ma al tavolo tecnico. Dunque Caiazzo a che serve? Ed i centomila Caiazzo che orbitano nell'ambito di tutti i partiti, che ruolo svolgono? Se mi devono rappresentare e poi non sono in grado di darmi una risposta che sia almeno degna di essere considerata tale o di prendere una posizione chiara rispetto a temi su cui l'uditorio presente è palesemente in disaccordo, quanto genuinamente possono essere rappresentativi? E di chi, soprattutto? É palese che io sia di parte. Ma mi piacerebbe capire da che parte sta Caiazzo, da che parte stanno i Ds. Vanno bene tutte le critiche alla demagogia delle sinistre radicali, le accetto anche perchè sono fondamentalmente d'accordo con esse, specie se sento parlare ciarlieri del calibro di Bertinotti e soci. Ma da ieri mi sono reso conto, definitivamente, che i Democratici di Sinistra sono artefici di una più sottile demagogia: dire tutto per non dire assolutamente niente. Dare ragione a tutti per non dare ragione a nessuno. La strategia del depotenziamento, del "sei troppo estremista, moderati" senza considerare che anche chi lo dice rappresenta una parte, è figlio di un'ideologia. L'utopia riformista neoliberista, quella che questi signori (e non solo loro, comunque) vogliono a tutti costi portare avanti, porta tutti a pagare per ogni tipo di servizio di base. Porta Caiazzo ad andare in giro in Mercedes. Se la degenerazione di certi soggetti è raccapricciante, la deriva di un partito che pretenderebbe ancora di essere emanazione di una "base", un partito che si definisce ancora "di sinistra", è ancora più avvilente. Non che il Pci fosse tutto rose e fiori, s'intende, ma almeno c'era la decenza di annusare l'aria per vedere da che parte tirava il vento: questi qui si dirigono direttamente verso la merda. O almeno così è come la vedo io.
Se fossi più uomo di quanto sono, sarei stato più sereno. Non voglio. Non mi fido di quello che penso, di quello che faccio o so fare. Non mi sono mai fidato delle mie elucubrazioni, elaborazioni, teorizzazioni. Ho sempre avuto bisogno di consenso, di conferme. Ho sempre avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse "Sì, hai suonato bene", "sì, hai fatto un bell'intervento", "sì, hai detto cose sensate". Eppure non ho mai scelto l'afasia. Eppure no ho mai smesso di esprimermi, di scrivere o di suonare. Tengo un blog, che aggiorno regolarmente, sparando le mie dissertazioni, la mia tristezza, il mio odio. Suono la chitarra e continuo a scrivere canzoni. Appena ho un foglio scrivo. "Faccio politica" e non sto mai zitto. Anche quando dovrei. Certo, siamo tutti diversi. Forse mi duole non avere la forza di dirne una e dirla giusta; di aspettare, mirare, sparare. Sparo all'impazzata. Ho una fortissima mania di protagonismo. Vorrei parlare al mondo con un megafono enorme, dirgli tutto ciò che sento: ma non ho idee mie. Ho bisogno di idee altrui da interiorizzare ed elaborare. Tutto ciò a cui sono arrivato "da solo" non è sistematico, è polimorfo e poco chiaro, non segue una linea, è magmatico e confuso. E tutto ciò mi ha sempre impedito di uscire da schemi e prefigurazioni. Certo, se metto per iscritto tutto è più chiaro, tutto è più semplice, ma ogni cosa che scrivo, che elaboro, risulta priva della complessità necessaria, dell'acume. E spesso è privo di fantasia. Come del resto io: vivo in bilico tra un rigidismo e grigiore stalinista, un moralismo sessuofugo e razionalista e una tendenza spontaneista, irrazionale, pan vitalista. Più che una "personalità complessa" sono un dissociato. In generale mi sento una persona triste, una persona pallosa ed in ciò c'è un desiderio protagonista, un conato sfigatista da "sono qui, mi vedete?!". Non posso più essere così. In tutta franchezza non ho più voglia. Ho 21 anni ed i tempi delle pippe mentali dovrebbero essere finiti da un bel pezzo. Ma questa esigenza e tendenza al pietismo credo che non me la toglierò mai. O comunque posso solo provare a liberarmene. Almeno sto provando ad eliminare le scelte di impressione della mia personalità sui rapporti umani che intrattengo.
E fin qui come mi sono sempre sentito.
Non mi è mai andato a genio il crescere. Da quando ero un bambino ho sempre avuto molta paura del futuro e dei processi storici. Nonostante il marxismo non sono mai stato ottimista: va sempre peggio, sempre più veloce. Verso il botto finale. Rivoluzione? Sì, ma come speranza, solo come alternativa, contr4o la distruzione. Ma il problema è chi recepisce, chi deve o può recepire l'assoluta mancanza di senso del capitalismo, del mercato, delle convenzioni sociali, della religione? E forse è tardi già adesso, abbiamo perso già troppi treni. Le condizioni sociali attuali sono raccapriccianti, le prospettive pressoché disastrose: non c'è però reattività. C'è ancora fiducia, troppa fiducia, negli strumenti della democrazia borghese da parte di chi milita (quei pochi che lo fanno) e completa assenza di fiducia e partecipazione da parte di chi con la politica (percepita come qualcosa di totalmente distante dalla vita pratica) non ha per niente a che fare. Eppure nessuna alternativa rivoluzionaria sembra sorgere, ma colossi reazionari si ergono o resuscitano: la Chiesa, il Grande Centro, il neoliberismo di destra o sinistra. E questo in tutta Europa ed in tutto il mondo. Forse la nascita dell'Urss non ha fatto altro che congelare il processo di dispiegamento ed assolutizzazione del capitalismo: ha imposto l'obbligo agli stati borghesi di creare un welfare, di placare le lotte di classe, ha trasformato tutti i partiti di ispirazione marxista ed operaista in partiti bernesteiniani, in socialdemocrazie opportuniste kauskiane. D'altra parte la scelta era tra marxismo "legale" ed illegalità. Con la poco accattivante "terza via" del partito "di lotta e di governo" di stampo togliattiano/stalinista.
Ma oggi tutto questo è rudere. Non c'è nulla, la gente è rintontita*: la comunicazione di massa ha azzerato ogni forma di empatia, ogni ombra di cooperazione. Lottare è diventato farsi assorbire dal poter. Lottare appare vano, inutile, privo di ogni fondamento. Qualsiasi invenzione o tentativo di innovare la lotta, di rimessa in moto del discorso democratico è un buco nell'acqua.
E fin qui com'è che credo che sia il mondo intorno a me.
Potrei essere laureato, sposato, formalizzato. Potrei avere dei figli, un lavoro, una casa. Avrei potuto fare medicina, ingegneria, legge, biochimica. Avrei potuto accettare un compromesso con le formalità che impone il mondo borghese. Non che non l'abbia fatto. Ma penso di aver scelto la via più difficile. Sia per me che per il capitale. Me ne sono fregato e mi sono trovato terrorizzato dal domani, deluso dalla militanza, nauseato dalla filosofia. Ed in mezzo a tutto questo la mia incapacità alla reazione, al prendere la vita serenamente, a "magnarmi n'emozione". Sono sempre stato una persona triste e probabilmente vuota (ma questo l'ho già detto), mi piango addosso facilmente, non sono in grado di divertirmi, di essere felice. O meglio di essere felice sì, ma a tratti. Sono felice se sto con Amalia, ma non sono mai sereno con lei: sono inquieto, frenetico, non riesco ad essere presente e godermi i rari momenti in cui stiamo insieme. Vorrei avere più tempo con lei, più tempo per noi, non avere un limite, essere più liberi. Essere insieme, vivere insieme. Essenzialmente, però, non so se sono mai stato convinto di essere felice. Non prima di averla conosciuta. Ora mi so, mi sento, mi credo felice. E dirlo non è né semplice né immediato: mi costa ammetterlo perché vuol dire avere qualcosa da perdere, da difendere, qualcosa di cui ed a cui rendere conto. Il problema è il premio e la responsabilità che esso comporta: non ho mai avuto paura di essere triste o di ricercare la felicità, forse ho sempre e solo avuto paura di essere felice. Anche perché mi sono sempre sentito prigioniero di qualcosa più grande di me, qualcosa fermo ed immobile ad aspettare che mi distraessi per distruggere quanto avevo fatto fino ad allora. É il pegno da pagare per il tipo di educazione terribilmente formale che ho ricevuto. Anche questo ha contribuito al mio rigorismo. Non che mi sia mai dispiaciuto. Ma per cosa poi? Che senso ha educare i propri figli rigidamente? Significa farli essere infelici o insoddisfatti. Non siamo mai stati educati alla felicità, ma al dovere. Ecco perché siamo così stronzi.
E qui è come mi vorrebbe il mondo.
Mi sarebbe piaciuto essere diverso? Mi piacerebbe essere diverso? E poi cosa significa essere diverso? Siamo persone diverse ogni volta che ci svegliamo, che cambiamo idea, che ci svincoliamo da qualche dovere. Sono una persona diversa da 3 anni fa. Sono cambiato rispetto a 2 anni fa. Il mio rapporto con Amalia è totalmente differente da quando è cominciato. Sono cambiato nei confronti dei miei amici, anche solo rispetto a 3 mesi fa. Cosa vuol dire essere uguali, essere diversi? Sono parole: il fatto che io conservi la stessa identità fiscale e giuridica non vuol dire che io sia la stessa cosa di 3 anni o 3 mesi fa. Il mio essere è solo il mio essere in relazione ad altri, in sostanza. E se il mio modo di relazionarmi cambia, cambio inevitabilmente io. Il fatto che per lo Stato io resti lo stesso non vuol dire niente. Non avrebbe senso essere stato diverso. Sono stato questo e quest'altro. Tutto ciò mi ha portato al questo qui di oggi con tutti i suoi problemi. Non sono la stessa cosa neanche di quando ho cominciato a scrivere su questo foglio, ascoltando Bright Eyes alternato ai Sigur Rós.
Non lo so, forse qualche idea mia mi è venuta nel corso del tempo. Forse non tutto quello che ho scritto è banalità ed invettiva. Nel corso del tempo si imparano cose, si scrivono commenti e s'impara a prendere temo, ragionare, parlare solo dopo aver mirato. C'ho messo 20 anni a capirlo e sono solo all'inizio.
Oggi ho 21 anni. Sono terrorizzato all'idea di come sarò tra 10 anni, ma ho delle piccole certezze e questa cosa è cambiata rispetto a qualche anno fa. Ho delle certezze mie e non di altri, poche ma ci sono. Penso di avere un'idea chiara di cosa voglio e di cosa mi rende felice. Sono felice di quello che ho, tutto sommato contento di come sono. Quello che non ho non mi manca, anche se non ho ancora ben chiaro cosa sono. Non mi aspetto grandi cose, né per il futuro prossimo né per quello remoto, ma mi appare più chiaro quello che penso riguardo al mondo: ho cominciato a fare ordine, ho cominciato ad industriarmi per cambiare il mio modo di rapportarmi agli altri. Non ho più voglia di litigare e d'incazzarmi e di escludermi. Ciò non vuol dire che pensi meno o con meno forza le mie posizioni: tento solo di spiegarmi di più, di spiegarmi meglio. Non ho propositi per l'anno nuovo. Non me ne faccio: faccio. O almeno ci provo.
Tra qualche ora casa mia accoglierà un po' di gente. Chi vuole venire è benaccetto.
Do' svidania.
* non mi si accusi di qualunquismo: non ritengo che TUTTA la popolazione lo sia, mi riferisco a ciò che vedo intorno a me.
La macchina fusa non mi ferma. Forse un po' mi rallenta l'aver comprato qualche fumetto di troppo, ma per il resto non credo di potermi lamentare. Siamo a dicembre, finalmente fa freddo, il camino è acceso ed un libro necessita della mia lettura. Ho voglia di uscire, ma a questo penserò più tardi. Intanto mi viene in mente una storia che ha già qualche anno, passata via come tante, come tanti sono gli amici che se la sono battuta, che ho scelto di non frequentare più, che mi rompo anche solo di ricordare. Oggi ho rivisto Angioletto, che fino a sei mesi fa occupava casa mia una sera sì e l'altra pure: non mi ha salutato, e sinceramente non mi sono sprecato a farlo. Certe volte mi chiedo come ho fatto a perdere così tante persone, come si fa a perdere i contatti con uno e quanto significa poi perdere i contatti. Quanto valore può avere il salutare o meno una persona? Come si fa a perdere un'amicizia, un contatto, un qualche genere di legame? Ok, per quanto riguarda Angioletto lo so, anche perchè c'è stata una causa precisa, ma per l'80% delle persone che mi sono perso per strada non c'è stata una precisa scelta. Penso a tutti i compagni delle elementari, delle medie, finanche delle superiori. Tanto per fare un esempio: non sento Tiziana da 3 mesi, eppure ci sentivamo spessissimo fino a prima dell'estate. In realtà mi sono rotto di chiamarla sempre e sto aspettando che lo faccia lei, anche perchè le ultime 2 volte le ho dato un ultimatum. Forse, semplicemente, certi rapporti si sfilacciano e si scuciscono per sempre, senza che io lo scelga. O forse sì, scegliendo di non frequentarli... bah, ora basta con questi pensieri. Del resto ho cose più importanti cui pensare. Do'svidania.
Al di la dei possibili giudizi sul film, la "prima" di ieri sera non è che sia andata granchè: poca gente, poca voglia, poco dialogo. Certo, se avessimo fatto più pubblicità. Certo, se fossero venuti tutti quelli che mi aspettavo. Certo, se qualcuno dalle scuole avesse mosso il culo. Certo però, questo non mi ha demoralizzato quanto la distruzione della mia macchina operata da mia madre. Il che di per sè non sarebbe un dramma se mio padre non avesse distrutto la sua. Il risultato è che ora siamo in 4, tutti con esigenze ed orari molto diversi, ma con una sola macchina. E se per oggi il problema è stato risolto lasciando me a casa, sinceramente non oso immaginare cosa succederà domani sera o sabato... vabbè, si vedrà insomma. Anche perchè la macchina non rimarrà in officina per sempre. O no? Do'svidania.
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